In una riflessione recente ho lasciato una frase volutamente densa, quasi senza spiegarla.
“Chi nomina una cosa, la possiede. E chi la possiede, decide chi ha accesso all’esperienza che quella parola descrive.”
Oggi voglio aprirla. Non come esercizio teorico, ma perché dentro quel meccanismo c’è qualcosa che probabilmente ti riguarda, anche se non l’hai ancora riconosciuto come tale.
Il giorno in cui una parola ha cambiato tutto
Una donna che conosco mi ha raccontato una cosa che non aveva mai detto ad alta voce prima.
Intelligente, con risultati oggettivi alle spalle. Eppure ogni mattina andava al lavoro portando dentro qualcosa di sgradevole, difficile da descrivere anche a se stessa. Una sensazione che non passava mai del tutto. Nemmeno nei giorni buoni. Nemmeno quando le cose andavano bene, forse soprattutto allora.
Prima o poi, pensava, qualcuno si sarebbe accorto che non meritava di essere lì.
Per decenni, quella sensazione non aveva un nome. Ogni persona che la viveva la viveva da sola, convinta che fosse una verità personale, un segnale da nascondere. Poi nel 1978 due psicologhe americane la osservarono in un gruppo di donne di successo e le diedero un nome: sindrome dell’impostore.
Quella parola non aveva cambiato i fatti. Aveva cambiato la realtà che era possibile vedere.
Da quel momento, chi viveva quella sensazione poteva smettere di pensare “ho ragione a sentirmi inadeguata” e iniziare a pensare “sto vivendo un meccanismo che ha un nome, che riguarda molte persone, e che non riflette la realtà.”
Una sola parola. Un’esperienza completamente diversa.
Questo è il potere di nominare. E funziona in entrambe le direzioni: una parola può aprire mondi, ma può anche chiuderli. Spesso lo fa molto prima che tu possa accorgertene.
Le parole che porti ancora addosso
George Lakoff, linguista e scienziato cognitivo, chiama questo meccanismo framing: le parole non sono etichette neutre, portano con sé una cornice che limita e orienta il pensiero ancora prima che tu ragioni consapevolmente.
Pensa ai bambini con i capelli rossi. “I bambini con i capelli rossi sono cattivi.” Oppure ai ricci: “Ogni riccio un capriccio.” Frasi dette ridendo, spesso senza pensarci. Ma un bambino che cresce sentendosi ripetere che i suoi capelli annunciano il suo carattere non mette in discussione quella cornice. La abita. Si adegua all’immagine che gli è stata messa addosso, così lentamente e così completamente che a un certo punto non sa più distinguere dove finisce la parola degli altri e dove inizia quello che è davvero.
Lo stesso accade con “sei troppo sensibile”, con “sei vivace” detto come avvertimento, con “sei timida” detto come diagnosi definitiva. Nessuna di queste frasi descrive una persona. Traccia un confine. E quel confine diventa lo sguardo con cui impari a orientarti nel mondo.
Il problema non è che vengano dette con cattiveria. Spesso vengono dette senza pensarci. Il punto è che funzionano comunque.
Lo so bene. Per anni hanno detto di me che ero silenziosa, introversa. E per anni ci ho creduto. Solo molto dopo ho capito che non ero né l’una né l’altra: ero curiosa e socievole, e non avevo ancora imparato a farlo sapere.
E poi cresci. E porti quelle cornici con te, aggiornandole con nuove parole che sembrano tue, ma che spesso non lo sono.
Pensa a “sono ansiosa.” Quante volte l’hai usata per descrivere qualcosa che in realtà è attivazione, attenzione, energia che cerca una direzione? Il mix chimico nel corpo è lo stesso. Quello che cambia è il nome. E il nome cambia come ti vivi in quel momento, come ti racconti quella sensazione, e cosa fai subito dopo.
Ne abbiamo già parlato: il vocabolario emotivo non è solo una lista di parole. È il ricettario con cui il cervello crea le emozioni. Meno parole hai, meno esperienze distinte riesci a costruire.
Quando la parola crea la realtà
Torna alla donna di prima.
Ogni mattina entra in ufficio con quella parola nella testa: inadeguata. Mai abbastanza. E con quella parola, inizia a cercare conferme. E pensa un po’, le trova. Sempre.
Perché il cervello è costruito per trovarle. È quello che chiamiamo bias di conferma: la tendenza a notare, ricordare e interpretare le informazioni in modo coerente con quello che già crediamo.
Un commento neutro del collega diventa una critica. Un silenzio del capo diventa un segnale. Una sua risposta esitante diventa prova della sua incompetenza.
Quella parola non aveva cambiato i fatti. Aveva cambiato la realtà che riusciva a vedere. E quella cornice, costruita attorno ad una parola, le fa vedere un mondo preciso: quello in cui ha ragione a sentirsi inadeguata.
Ne ho già scritto parlando della profezia che si autorealizza: le aspettative che abbiamo su noi stessi tendono a produrre i comportamenti che le confermano. Quello che aggiungo qui è il livello ancora più a monte: il momento in cui quella profezia viene scritta, spesso senza che ce ne accorgiamo, è nelle parole che usiamo per nominarci.
La donna di prima non è un caso estremo. Sei tu ogni volta che usi una parola ereditata per descrivere quello che senti. Ogni volta che chiami ansia quello che potrebbe essere attenzione. Ogni volta che chiami limite quello che potrebbe essere confine scelto.
Cosa rende vera una parola
A un certo punto della conversazione una domanda era inevitabile: da dove viene quella parola, inadeguata? Chi te l’ha data? Quando hai deciso che era tua?
Perché inadeguata non è un fatto. È un’opinione. E come tutte le opinioni, ha bisogno di qualcosa che la sostenga per sembrare vera. Forse le tue aspettative. Forse quelle degli altri, che hai imparato a fare tue così lentamente da non accorgertene.
Me lo sono chiesta per lei. Me lo chiedo adesso per te.
Quella parola che stai usando per descriverti, l’hai scelta tu, o l’hai trovata già lì?
Per approfondire

George Lakoff – No pensare all’elefante
Il libro che ha cambiato il modo in cui pensiamo al linguaggio politico e quotidiano. Lakoff spiega come le parole non siano mai neutre: portano con sé cornici che orientano il pensiero prima ancora che tu te ne accorga. Leggilo, sono certa che ti cambia qualcosa.

Paolo Borzacchiello – Bada a come parli
Un libro pratico e diretto sul potere delle parole che usiamo ogni giorno, dentro e fuori. Non teoria: osservazione concreta di come il linguaggio costruisce la realtà che poi crediamo di osservare.


Lascia un commento