Tutto è iniziato con un infortunio in palestra.
Una domanda semplice, concreta: possibile che nessuno sappia dirmi perché mi sono fatta male, e come fare a evitare che succeda di nuovo?
Avevo quarantuno anni. Era da una vita che non aprivo un libro di studio. Eppure quella domanda era così urgente, dovevo capire. Ed è così che mi sono iscritta alla scuola ISSA per Personal Trainer a Milano. Argomenti nuovi, esami, un mondo che non conoscevo e nel quale mi sentivo del tutto estranea. Tutto decisamente scomodo. Eppure la spinta veniva da dentro, da un bisogno reale di capire qualcosa su di me. E questo, come ho scoperto dopo, ha fatto tutta la differenza.
Quei primi mesi su quei tomi sono stati tra i più faticosi e sfidanti che abbia vissuto nel mio percorso. Percepivo la fatica anche solo di mettermi alla scrivania e aprire il libro, e ho avuto spesso il pensiero di mollare, di tornare alle cose facili di tutti i giorni.
Quello che non sapevo, allora, è che quella fatica aveva una spiegazione precisa. Mentre io pensavo di mollare, il mio cervello stava facendo esattamente il suo lavoro.
Ogni volta che riaprivo quel libro, i circuiti neurali coinvolti si rafforzavano un po’. Le connessioni tra neuroni diventavano più stabili. La mielina, una guaina che avvolge le fibre nervose, si ispessiva attorno a quei circuiti rendendoli più veloci ed efficienti. I neuroscienziati lo conoscono come principio di Hebb, dal ricercatore Donald Hebb che lo formulò nel 1949: i neuroni che si attivano insieme si legano insieme.
Per questo era così faticoso. Anatomia, fisiologia, biomeccanica: circuiti che il mio cervello non aveva mai attivato in quel modo. Tutto nuovo, tutto da costruire. Ma ogni ripetizione rendeva quelle connessioni un po’ più solide. Quello che all’inizio era sforzo consapevole stava diventando, giorno dopo giorno, un po’ più automatico.
È una ristrutturazione fisica: il cervello cambia forma, letteralmente. Si chiama neuroplasticità, e succede a qualsiasi età. A quarantuno anni come a sessanta. A patto che gli diamo qualcosa di nuovo su cui lavorare.
C’è uno studio famoso che ricordo di aver letto, effettuato sui tassisti londinesi, che ha dimostrato come la necessità di imparare la mappa stradale di Londra e superare il test di abilitazione modifichi fisicamente il cervello, aumentando la materia grigia nell’ippocampo posteriore, l’area deputata alla memoria spaziale. La stessa cosa che stava succedendo a me, in piccolo, su quei tomi di anatomia.
Studiando il corpo, ho incontrato il cervello. Come funziona, perché fa quello che fa, perché si aggrappa ai suoi equilibri anche quando dall’esterno sembrerebbe più logico fare altro. E studiando il cervello, ho incontrato me stessa. Ogni cosa che capivo cambiava un po’ il modo in cui mi guardavo, mi parlavo, stavo con gli altri.
Non sapevo che quella domanda su un infortunio mi avrebbe portata fin qui.
Però lungo il percorso è successo qualcosa di affascinante. Ho iniziato a vedere cose che prima non vedevo. Studiavo i bias cognitivi, e li riconoscevo ovunque. Imparavo a osservare le dinamiche relazionali, e le notavo in ogni conversazione. Studiavo le emozioni, e iniziavo a sentire sfumature che prima non percepivo. Mi chiedevo: come è possibile? Queste cose c’erano anche ieri. Perché non le avevo viste?
C’erano, sì. Il mio cervello le scartava.
Esiste nel tronco encefalico una rete di neuroni, il sistema di attivazione reticolare, il cui lavoro è filtrare: il cervello riceve milioni di stimoli ogni secondo, e processarli tutti consapevolmente sarebbe un dispendio energetico troppo alto. Deve decidere cosa è rilevante e cosa no. Rilevante per chi? Per te. Per quello che in quel momento conta per te.
Quando ho iniziato a studiare i bias cognitivi, il mio cervello ha aggiornato il filtro: “bias = rilevante.” E ha iniziato a segnalarmeli. Quei meccanismi erano lì anche prima. Semplicemente, per il mio cervello, non erano degni di attenzione.
Pensaci: il mondo non si riempie improvvisamente di connessioni e meccanismi il giorno in cui inizi a fare qualcosa di nuovo. Il cervello semplicemente impara a notare quello che prima scartava.
Questi meccanismi non lavorano in sequenza ordinata, uno dopo l’altro. Lavorano insieme, in un circolo che si autoalimenta.
Una decisione consapevole, spesso scomoda, mette in moto il cambiamento. Il cervello si trova davanti a qualcosa di nuovo e comincia a costruire circuiti. La ripetizione di quell’esperienza li rafforza. I circuiti più forti aggiornano il filtro percettivo. Il filtro aggiornato ti fa vedere cose che prima non vedevi. E quello che vedi alimenta nuova curiosità, nuove domande, nuova ripetizione, nuovo rafforzamento. Il cervello si riorganizza ed a un certo punto, qualcosa si ribalta.
Quello che era scomodo diventa il tuo modo di stare al mondo. Studiare, osservare, cercare connessioni, farsi domande smette di essere qualcosa che fai e diventa qualcosa che sei. I circuiti si sono rafforzati al punto che il cervello cerca spontaneamente quello che all’inizio dovevi costringerlo a notare. Il filtro si è aggiornato. Le priorità percettive sono cambiate.
Per me è successo così. A un certo punto ho smesso di studiare per capire l’infortunio e ho cominciato a non poter smettere di studiare. Di capire. Di osservare il mondo come se ci fosse sempre qualcosa da imparare. Senza sforzo. Senza disciplina. Semplicemente perché il mio cervello ora funziona così.
Il percorso non è stato una linea dritta. Avanti, indietro, su, giù, ritorni e ripartenze. Come quando sali in montagna un chilometro alla volta: la vetta non la vedi. La salita cambia pendenza, a volte torni su un sentiero che credevi di aver già lasciato. Ma a un certo punto ti guardi intorno e la vista è diversa. Le cose che avevi accanto da sempre le vedi con altri occhi. Le stesse situazioni, le stesse conversazioni, le stesse persone.
Senza averlo deciso. Senza sforzo.
Capire come funziona il cervello mi ha cambiato la vita. E non lo dico come si dice una frase fatta. Lo dico nel senso più concreto possibile: ha cambiato il modo in cui interagisco con le persone, come mi parlo, come mi osservo, come leggo il passato e come guardo al futuro. La realtà è diventata un posto più sereno.
Sempre io. Ma diversa.
Potresti pensare che questo valga per lo studio: imparo una cosa nuova e il cervello in qualche modo cambia.
Ma il cervello si adatta e costruisce nuove connessioni ogni volta che fai una cosa in modo diverso. Non solo qualcosa di nuovo in senso ampio.
Pensa a qualcosa che rimandi da molto tempo, forse perché ne senti la fatica, il disagio. Potrebbe essere il primo viaggio in solitaria, o iscriversi in palestra, trovare un lavoro che ti dia più gratificazioni, oppure semplicemente parlare in modo diverso a tuo figlio la prossima volta che non avrà voglia di fare qualcosa.
Ogni volta che fai un passo in una direzione di poco diversa, anche solo per la curiosità di vedere com’è, di sperimentare, il cervello crea una nuova connessione.
Ecco perché dico che la fiducia nel percorso non è un atto di fede. Non è “credici e andrà tutto bene.” È biologia. È il cervello che fa esattamente quello per cui è costruito: adattarsi, ricablarsi, aggiornare le proprie priorità in base a quello che gli dai da fare.
A volte basta un primo passo in una direzione anche di poco diversa. Una domanda nata da un bisogno reale. Qualcosa di scomodo che però senti tuo.
Quello che impari per te si spalma intorno, inevitabilmente. Cambia come vedi il mondo, e il mondo smette di essere solo il posto dove le cose accadono. Diventa il posto dove acquistano significato.
Sempre tu. Ma diversa.
E tu? C’è una domanda che ti stai facendo da un po’, una di quelle scomode, che non sai ancora dove ti porterebbe?
Per approfondire

Norman Doidge — Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza: storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello
L’autore racconta storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello dopo traumi, ictus, difficoltà di apprendimento. L’intera esperienza umana può essere spiegata esplorando le potenzialità del cervello malleabile: la creatività e l’amore, la dipendenza e l’ossessione.
Accessibile, non tecnico, molto umano.

Lara Boyd — After watching this, your brain will not be the same (TEDxVancouver, 14 min.)
La neuroscienziata Boyd spiega i tre livelli di cambiamento nel cervello (chimico, strutturale, funzionale) con un linguaggio semplice. Il messaggio è che ognuno di noi ha un cervello unico, plasmato da quello che fa. Oltre 40 milioni di visualizzazioni, sottotitoli in italiano.

Maguire et al. — Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers, PNAS (2000)
Lo studio sui tassisti londinesi che cito nell’articolo. Ha dimostrato per la prima volta con il neuroimaging che l’apprendimento intensivo modifica fisicamente la struttura del cervello in adulti sani. È il paper originale, in inglese.


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