Quando scegliamo di non dire quello che sentiamo, è spesso il timore di chiedere troppo, di disturbare, di esagerare, di essere sempre quella che si lamenta per tutto.
Ma cosa succede quando facciamo finta che vada bene così? La delusione e il risentimento per ciò che vedi come una mancanza di rispetto aumentano fino a diventare talmente pressanti da esplodere come una pentola a pressione.
Il vostro momento
Immagina la situazione.
Questa sera tu e il tuo compagno avete finalmente organizzato una serata di coppia: i figli sono da amici e voi potete godervi una serata dopo lungo tempo. Avete già rimandato due volte nelle ultime due settimane, a causa di impegni lavorativi dell’ultimo minuto, e questa volta ci speri proprio.
Ti stai preparando e suona una notifica sul telefono: “mi dispiace, non riesco proprio a tornare per tempo. Dobbiamo rimandare.”
Qual è la prima reazione? Forse rabbia? Ti senti nuovamente messa da parte? Non al secondo posto — perché comunque il tempo per andare in palestra in modo costante lo trova — ti senti dopo tutto.
Ti suona familiare?
In quel momento la tua voce interiore ti dice che non puoi non dire nulla, non puoi lasciar correre. Però esiti. Prendi tempo, rifletti. E allunghi il silenzio.
In quel silenzio la tua mente si sta costruendo la sua personale versione della storia, mentre tu non parli perché non vuoi sembrare pretenziosa, non vuoi che parole dette di impulso rovinino un rapporto ultimamente già così distante.
Il cervello all’opera
Cosa succede di fronte a questa situazione?
Il cervello legge il contesto in cui ti trovi, va a trovare nella memoria situazioni simili e in una frazione di secondo prevede l’esito. Se nel passato ha imparato che una delle due reazioni l’ha tenuto in un ambiente sicuro — e non necessariamente piacevole — ecco che la risposta si ripete senza che tu riesca quasi ad esserne cosciente.
La narrazione parte, i pensieri si accavallano in fretta, le sensazioni nel corpo si fanno intense, e tu non puoi far altro che andargli dietro.
La domanda che ti fai a questo punto potrebbe essere: come lo dico senza fare danni? Come lo dico senza accusare, senza far sentire in colpa, senza rompere qualcosa?
È una domanda onesta, ed è vera. Ma si ferma in superficie — perché presuppone che il problema sia nelle parole, che basti trovare la formula giusta.
Se il problema non fosse come lo dici, ma cosa stai cercando di dire davvero?
La rabbia forse si fa sentire perché un tuo bisogno, di nuovo, non è stato ascoltato: bisogno di connessione e intimità, le tue aspettative deluse per una serata in cui avresti potuto sentirti finalmente amata e importante.
Il silenzio? Quello è forse ancora più insidioso. Nel silenzio il cervello si protegge da un pericolo percepito: la perdita di un possibile futuro immaginato, della sicurezza, anche della tua identità per quella parte di te legata alla relazione. Il silenzio si dilata, e il tuo cervello, senza risposte, se le va a cercare in altri messaggi, in altri ritardi, confermando le sue colpe e alimentando i dubbi e il risentimento, lasciando all’altro la possibilità di fare altrettanto riempiendo il tuo silenzio.
Ma cosa succede quando ti prendi quello spazio minimo per ascoltare l’emozione dietro il rumore dei pensieri?
Puoi sentire la differenza tra le tre diverse risposte? C’è l’accusa verso l’altro di una sua mancanza (non mi rispetti, mi metti all’ultimo posto, non ti interessa mai), c’è il silenzio, con il suo carico di significato non espresso, oppure c’è comunicare le tue emozioni e i tuoi sentimenti (mi sento sola, mi manchi).
La prima punta il dito sulle sue mancanze, l’ultima sui tuoi bisogni e le tue emozioni.
Comunicare quello che senti — prima che la stanchezza diventi distanza, prima che la delusione si trasformi in risentimento, prima che il limite venga superato una volta di troppo — non è chiedere troppo, esagerare né essere quella che si lamenta sempre. È esprimere te stessa senza perdere parti di te.
Il tuo spazio di respiro
Immagina di osservare la tua immagine riflessa nell’acqua di uno stagno. Se qualcosa turba la calma e smuove il fondo, la tua immagine appare distorta e il fondale diventa irraggiungibile al di là della sabbia smossa.
Ma se lasci che il fondo si depositi di nuovo, l’acqua torna limpida e la profondità è ora sotto il tuo sguardo. In quello spazio c’è il tuo ascolto.
Lì c’è la tua emozione, quella che parla di te — di un bisogno non ascoltato, di qualcosa che ti manca, di qualcosa a cui tieni.
Quella è la cosa che vale la pena dire. Perché hai tolto il filtro della paura e della rabbia.
“Come arrivo a capire qual è l’emozione sotto la superficie?”
Possono esserci emozioni che abbiamo taciuto talmente tanto a lungo e che il nostro cervello ha imparato a mascherare e scartare, che potrebbe essere necessario un lavoro di consapevolezza più profondo, e forse con l’aiuto di qualcuno. Quello che posso consigliare è di iniziare dalle situazioni più facili, anche con quello che ti rimproveri da sola, in cui la posta in gioco è più misurata.
Come posso dire la stessa cosa partendo da me?
“Perdo me stessa se la risposta è strategica?”
Le nostre azioni sono sempre una strategia per ottenere un risultato: una strategia del cervello che risponde in automatico sulla base di ciò che si aspetta, oppure una strategia consapevole in virtù di ciò che vuoi esprimere di te.
In quale delle due ti senti più te stessa?
“Questo è sufficiente per non rompere qualcosa con l’altro?”
In questo momento possiamo pensare che cambiando come diciamo i nostri bisogni, l’altro capisca sempre e sia tutto risolto. Il risultato, ed è una cosa di cui tener conto, non è garantito.
Non possiamo mai essere certe di come l’altra persona darà significato alle nostre parole. Lo farà influenzata dal suo contesto del momento e dal passato, proprio come succede a noi.
Una cosa è certa però: se l’altro non si sente accusato o in difetto, e quindi non sente l’urgenza di mettersi sulla difensiva, è più propenso ad accogliere una comunicazione distesa.
Ti lascio una sola domanda, ora:
Cosa senti possibile per te, oggi?
Per approfondire

Lisa Feldman Barrett — Non siamo alla mercé delle nostre emozioni. È il cervello che le crea (TED Talk, sottotitoli in italiano)
Dodici minuti per capire il cuore del libro, se vuoi iniziare da qui. Barrett è brava davanti a una platea quanto lo è sulla pagina — diretta, precisa, sorprendente.

Tiffany Watt Smith — Atlante delle emozioni umane (UTET)
Un dizionario, ma non come quelli che conosci. Watt Smith raccoglie 156 emozioni da culture e secoli diversi — alcune non hanno nemmeno un nome in italiano. Lo uso ogni volta che sento qualcosa che non riesco a mettere a fuoco. È il punto di partenza per chiunque voglia iniziare ad allenare la granularità emotiva.

Marshall Rosenberg — Le parole sono finestre oppure muri
Quando ci sentiamo sotto stress, spesso dimentichiamo di ascoltare, noi stessi e gli altri. Ci chiudiamo e alziamo muri, anche senza volerlo. Marshall Rosenberg ci insegna che si può fare diversamente: osservare senza giudicare, esprimere i propri bisogni, ascoltare davvero l’altro. Tanti esempi, esercizi e indicazioni per comunicare in maniera efficace nelle situazioni più complesse.


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