Le parole che usiamo. Le parole che scegliamo.

Ogni tanto capita che una riflessione seria nasca da un posto inaspettato.

Questa è nata da un reel su Instagram.

@unantropologonelcassetto ieri parlava del gusto come prodotto sociale — citando l’autore Bourdieu — e di come “bello, raffinato, volgare o elegante dipendano in buona parte dalla posizione nello spazio sociale: quando giudichiamo le cose, classifichiamo le persone. […] Le élite proteggono il castello della propria identità con il prezzo, dai poveri, e con i codici dagli arricchiti.”

L’ho ascoltato un paio di volte perché nella mia mente già frullava un pensiero. Non tanto sulla moda, non sul gusto estetico. Sul linguaggio. È successo in pochi secondi, come quando una luce illumina qualcosa che era già lì, nell’ombra.

Mi sono chiesta: funziona così anche con le parole?

E la risposta, più ci pensavo, era sì. In modo persino più profondo di quanto immaginassi.

Il vocabolario che abbiamo non è neutro. Non è una lista di etichette che attacchiamo alle cose. È lo strumento con cui costruiamo la realtà che poi crediamo di osservare. Chi nomina una cosa, la possiede. E chi la possiede, decide chi ha accesso all’esperienza che quella parola descrive.

Poi mi sono ricordata di Lisa Feldman Barrett, di cui ho già scritto (→ l’articolo): il cervello usa il vocabolario emotivo che ha per costruire le emozioni. Se hai una parola sola per descrivere quello che senti, costruisci un’emozione sola. Se ne hai dieci, costruisci dieci esperienze distinte.

Questo mi ha portata a pensare ad una cosa che non avevo mai collegato in modo esplicito: la granularità emotiva non è solo una questione individuale. È anche una questione di contesto — sociale, culturale, familiare. Chi cresce in un ambiente dove si dice “sto male” e non “mi sento sopraffatta” non ha meno sensibilità. Ha semplicemente meno mattoni con cui costruire quell’esperienza.

Ci sono culture che hanno parole per emozioni che in italiano non esistono. Il giapponese Ijirashii, di cui ho scritto, ne è un esempio. Vale anche per i colori: gli Himba in Namibia percepiscono sfumature di verde che noi non distinguiamo, perché hanno parole per nominarle. Non è metafora. È percezione. Il linguaggio non descrive solo la realtà — orienta quello che riusciamo a vedere di essa.

E allora ho pensato a Bourdieu di nuovo. Le élite usano i codici per distinguersi. Ma il meccanismo più sottile non è nell’esclusione consapevole — è nel fatto che chi non ha certi codici linguistici non ha accesso nemmeno alle esperienze che quei codici descrivono. Non perché sia meno intelligente. Perché letteralmente non ha gli strumenti per costruirle.

Questo dovrebbe farci riflettere su quanto siamo liberi nelle scelte che crediamo di fare. E su quanto il vocabolario che abbiamo ereditato stia decidendo per noi, silenziosamente, ogni giorno.

C’è una frase che vale la pena ricordare e che chiude questo ragionamento in modo che non riesco a migliorare:

“Le parole che usi dicono da dove vieni.
Le parole che scegli dicono dove vuoi andare.”

Paolo Borzacchiello

La differenza tra le due non è grammaticale. È il momento in cui ti accorgi che la parola che stai usando è troppo piccola per quello che stai vivendo.

E ti chiedi: ce n’è una più precisa?


Per approfondire

@unantropologonelcassetto — sul gusto come prodotto sociale (Bourdieu)
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→ Guarda il Reel su Instagram

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