Oggi ho guardato un reel sull’intelligenza artificiale. Parlava di un paper del 2017, un articolo scientifico con un titolo che mi è rimasto in testa: “Attention Is All You Need”. Diceva una cosa che mi ha incuriosita: i sistemi di intelligenza artificiale, per capire una frase, non leggono le parole una dopo l’altra come facciamo noi quando seguiamo una riga. Cercano le relazioni tra le parole. Una parola non conta per quello che è da sola, ma per come si lega a tutte le altre.
Da lì ho iniziato a unire i puntini.
Il primo pensiero è stato: ma questo è esattamente quello che fa il cervello umano.
Prendi una forchetta. Posata su una tavola apparecchiata, con i piatti e i bicchieri, significa una cosa: stiamo per mangiare. La stessa identica forchetta, stretta nella mano di qualcuno che urla, significa tutt’altro. L’oggetto non è cambiato. È cambiato il contesto intorno a lui, e con il contesto è cambiato il significato.
Il cervello fa così con tutto. Non assegna alle cose un significato fisso, scritto una volta per sempre. Lo costruisce ogni volta, a partire da quello che c’è intorno: il momento, il luogo, le emozioni, quello che ci aspettiamo di vedere.
E da qui, unendo un puntino all’altro, sono arrivata ai ricordi.
Perché se è il contesto a dare significato alle cose, allora anche i ricordi non sono fotografie ferme da qualche parte nella nostra testa. Sono qualcosa che costruiamo. E qui le cose si fanno interessanti, perché tra poco ti racconto un meccanismo che cambia il modo in cui guardi tutto quello che credi di ricordare.
Prima però ti chiedo una cosa. Pensa a un ricordo che conosci bene. Uno che senti nitido, preciso, di cui saresti pronta a giurare ogni dettaglio. Tienilo lì, ti servirà tra poco.
Cosa succede davvero quando ricordiamo
Partiamo da come immaginiamo che funzioni la memoria, perché quasi tutti la immaginiamo allo stesso modo: come un magazzino. Apri il cassetto giusto, tiri fuori il ricordo, lo guardi, e lo rimetti dentro intatto. Come riguardare un video salvato sul telefono: lo apri quante volte vuoi, ma il video resta sempre identico.
Da quello che gli studi mostrano finora, pare che il cervello non funzioni esattamente così.
Ogni volta che recuperiamo un ricordo, non lo tiriamo fuori già pronto. Lo ricostruiamo, pezzo per pezzo, in quel preciso momento. E qui sta il punto che cambia tutto: mentre lo ricostruiamo, il ricordo diventa per un attimo morbido, modificabile. Come una statua di plastilina che riprende a essere malleabile ogni volta che la prendiamo in mano. E in quel momento il cervello ci mette dentro anche quello che c’è adesso: l’umore di oggi, quello che abbiamo vissuto da allora, le persone che abbiamo incontrato, le cose che abbiamo capito nel frattempo. Poi rimette tutto a posto. Ma non è più esattamente quello di prima.
Gli scienziati hanno un nome per questo: lo chiamano riconsolidazione. Significa, in parole semplici, che ogni volta che apriamo un ricordo lo riscriviamo un pochino. Non ce ne accorgiamo. Ci sembra di aver solo guardato. E invece abbiamo modificato.
Questo vuol dire una cosa che fa un certo effetto: il ricordo che abbiamo tenuto in mente prima, quello di cui giureremmo ogni dettaglio, probabilmente lo abbiamo già ritoccato decine di volte senza accorgercene. Il fatto, quello che è successo, resta. Ma tutto il resto, il significato che gli diamo, quanto pesa, cosa ha voluto dire, lo costruiamo e lo ricostruiamo nel tempo.
E non è un difetto, né una bugia che ci raccontiamo. È come funziona la mente, in tutti. A volte è perfino un modo per prenderci cura di noi: rileggere alla luce di oggi qualcosa che allora ci aveva fatto male.
C’è dell’altro, e riguarda una confusione che forse abbiamo sperimentato tutti.
Il cervello, quando archivia un’esperienza, tiene il contenuto ma a volte perde l’etichetta che dice da dove arriva. Sa cosa, ma non sa più da dove. Era una cosa successa davvero? L’avevamo sognata? L’avevamo solo desiderata tanto? L’avevamo letta da qualche parte? Quell’etichetta, ogni tanto, si stacca. E rimane solo il contenuto, senza più la sua provenienza.
E c’è di più. Quando desideriamo o immaginiamo una cosa con abbastanza intensità, e ci torniamo sopra molte volte, quella cosa immaginata lascia tracce simili a quelle di una cosa vissuta. Più la ripensiamo, più ci sembra di averla vissuta davvero.
Non è un caso, allora, che sogno e ricordo si confondano. Mentre dormiamo e sogniamo, il cervello usa zone simili a quelle che usa per sistemare i ricordi. Passano per strade vicine. Ecco perché certe volte non sappiamo dire se una cosa è successa o l’abbiamo sognata: dal punto di vista del cervello, sono fatte di un materiale parente.
E qui torna la domanda da cui ero partita, ma adesso pesa di più: se ricostruiamo i ricordi ogni volta, e a volte perdiamo perfino l’etichetta che ci dice se una cosa è accaduta davvero, quanto possiamo fidarci di quello che ricordiamo?
Voglio fermarmi un attimo su una cosa, perché è delicata. Dire che un ricordo si può riscrivere non significa dire che quello che abbiamo vissuto non conta, o che il dolore che abbiamo provato non era reale. Le emozioni che abbiamo sentito erano vere, e restano vere. Mettere in dubbio un dettaglio di come è andata non cancella quello che abbiamo provato mentre la vivevamo. Sono due cose diverse, e tenerle separate è importante.
Quello che resta
La prima reazione, quando si capisce questa cosa, è un po’ di sgomento. Lo confesso, l’ho sentito anch’io. Se non posso fidarmi dei miei ricordi, allora cosa è vero? Chi sono io, se la storia che mi racconto su me stessa è in parte una ricostruzione?
È un terreno che fa girare la testa. Ma ho trovato un modo diverso di guardarlo, e te lo lascio.
Il cervello non riscrive i ricordi per ingannarci. Lo fa perché gli serve. Aggiornare il passato in base a chi siamo diventati è il modo in cui restiamo una persona sola lungo tutta la vita, e non mille persone scollegate. Quella ricostruzione continua, in fondo, è la colla che tiene insieme la nostra identità nel tempo. C’è chi è andato anche oltre: il filosofo Derek Parfit sosteneva che senza questa capacità di riscriverci non avremmo affatto un’identità stabile da cui partire. Lui ragionava da filosofo, non da scienziato, ma l’intuizione è di quelle che restano.
E allora forse la domanda da farsi non è “questo ricordo è esatto?”. Quella domanda, spesso, non ha risposta. Forse la domanda più utile è un’altra: “cosa sto costruendo, adesso, su questo ricordo?”.
Perché se è vero che riscriviamo il passato ogni volta che lo richiamiamo, allora la stessa cosa che ci destabilizza è anche una possibilità. Non possiamo cambiare quello che è successo. Ma il significato che gli diamo, la storia che ci costruiamo sopra, quella sì. È un’idea che torna spesso in queste pagine: ne ho parlato quando ho raccontato come quello che chiamavo carattere fosse in realtà la mia storia tradotta in chimica, e quando ho scritto del rimuginio, di quel girare a vuoto su un pensiero che non molla. Ogni volta, sotto, c’è lo stesso meccanismo: la storia che ci raccontiamo non è quello che è successo. È quello che ci facciamo, adesso.
C’è una frase di Ida Bauer che mi è tornata in mente scrivendo: Se la sofferenza vi ha resi cattivi, l’avete sprecata. Conta quello che ci raccontiamo, e quello che ne facciamo, di quelle emozioni.
Lo sgomento di non avere certezze, a guardarlo bene, si trasforma in qualcos’altro. In meraviglia per un organo così complesso da riscrivere la nostra storia in silenzio, e così generoso da darci, ogni volta, la possibilità di raccontarcela in un modo nuovo.
Tutto questo, lo confesso, è partito da un reel su una tecnologia che pensavo non avesse niente a che fare con me. A volte la curiosità per qualcosa che sembra lontano apre una matrioska: dentro ne trovi un’altra, e un’altra ancora. Ma questa è una storia per un’altra volta.
Per ora mi fermo su una cosa più piccola e più tua.
Quel ricordo che hai tenuto in mente fino a qui. Quello di cui eri pronta a giurare ogni dettaglio.
Sei sicura che sia andata proprio così? E se non lo fosse del tutto, cambia davvero qualcosa, o conta di più quello che ne hai fatto da allora?
Le fonti per questo articolo

Vaswani et al. — Attention Is All You Need (2017)
Il paper che ha introdotto l’architettura Transformer, quella su cui sono costruiti tutti i grandi modelli linguistici di oggi. Il paper da cui è partita la riflessione di oggi.

Lee, Nader e Schiller, An update on memory reconsolidation updating (Trends in Cognitive Sciences, 2017)
Una rassegna che raccoglie due decenni di ricerca sulla riconsolidazione: l’idea, sorprendente, che il cervello renda i ricordi di nuovo modificabili ogni volta che li richiama.


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