Anni fa ho aperto un blog.
L’ho chiuso poco dopo. Va detto, non per mancanza di idee, quelle c’erano. Non per mancanza di tempo, e nemmeno per mancanza di costanza, anche se a me allora sembrò proprio quello.
L’ho chiuso perché ogni volta che mi sedevo a scrivere una voce arrivava puntuale: “Quello che hai da dire non è poi così interessante.”
Quella voce veniva da lontano. Era la stessa che avevo sentito da bambina — sotto forme diverse a casa e a scuola — e che con gli anni avevo imparato a riconoscere come mia.
“Se devi farlo, fallo bene o non farlo proprio.”
“Potrebbe fare di più, se si applicasse di più.”
Frasi che probabilmente erano state dette con la migliore delle intenzioni. Eppure si erano radicate da qualche parte, e tornavano puntuali ogni volta che mi avvicinavo a qualcosa che mi importava davvero.
Anni dopo, sono qui a scrivere di nuovo. Quella voce non è scomparsa — non scompare. Ma ho imparato qualcosa su di lei, e su di me, che voglio condividere.
Il loop
Quel pensiero — “non è abbastanza interessante” — non arrivava da solo. Era l’inizio di una narrazione. Una narrazione che ho riconosciuto solo molto dopo, quando ho avuto gli strumenti per guardarla.
La storia che mi raccontavo andava più o meno così.
Mi sedevo a scrivere, e arrivava il primo pensiero: “non sto facendo abbastanza bene”. Quello che avevo davanti non corrispondeva a quello che pensavo dovesse essere. Mancava qualcosa — non sapevo cosa, ma mancava.
Da lì il secondo: “se non lo sto facendo abbastanza bene, forse non ci credo abbastanza.” Perché se ci credessi davvero — pensavo — verrebbe meglio. Più facile. Più chiaro. Il fatto che fosse difficile diventava la prova che non era la mia strada.
Poi il terzo: “se non ci credo abbastanza, perché sforzarmi?” Pagina vuota un giorno, due giorni, tre. La distanza tra l’ultima volta che avevo scritto e adesso diventava un altro motivo per non riprendere.
E infine il quarto, quello che chiudeva il cerchio: “non sono stata capace di farlo funzionare. Non ho competenze sufficienti.” Il blog non veniva archiviato come un progetto che non era andato. Veniva archiviato come una prova di qualcosa di più grande: che non avevo quello che serviva. La prossima volta che avrei avuto un’idea, sarei partita da quella prova.
Quattro pensieri. Ognuno apparentemente logico. Ognuno che alimentava il successivo.
Solo dopo ho capito cosa stavo guardando.
Era una profezia che si autorealizza. Una credenza iniziale — “non sono abbastanza capace” — che mi spingeva a fare meno, a investire meno, a espormi meno. E il risultato, prevedibilmente sotto le mie possibilità, diventava la prova della credenza iniziale. Non un caso isolato. Una conferma.
E quel blog non era il primo ciclo. Quella credenza si era installata molto prima — nelle frasi che avevo sentito da bambina, e che con gli anni avevo trasformato in convinzioni mie. E che si era già confermata in altre situazioni: una relazione in cui non mi sentivo abbastanza, un lavoro per il quale non mi sentivo all’altezza, altri progetti che avevo lasciato a metà. Il blog era solo l’ennesima conferma in una catena lunga.
Ogni volta partivo da quella catena. E ogni volta la allungavo di un anello.
La storia sotto la storia
Quello che ho descritto fin qui ha un altro nome, più conosciuto e più rassicurante: perfezionismo.
“Sono perfezionista” è una di quelle frasi che ammettiamo volentieri, perché in fondo sembra dire qualcosa di buono su di noi. Standard alti, cura, esigenza.
Ma il perfezionismo prima dell’inizio non parla di standard. Parla di sopravvivenza emotiva.
Meglio fare un passo indietro, che dover poi guardare in faccia un risultato che dice qualcosa di doloroso su di me. Finché non aprivo il blog, potevo ancora essere quella che avrebbe potuto farcela. Finché non ci provavo davvero, nessuna prova poteva confermarmi quello che temevo.
“Se non inizio, non deludo me stessa. Finché non agisco, tutto resta nel possibile.”
Cosa succede nel cervello
Quando ci avviciniamo a un’azione che rischia di confermare un timore profondo sul nostro valore, il cervello reagisce come davanti a una minaccia.
Non come una minaccia fisica, ma con gli stessi circuiti. Le stesse aree che si attivano quando il corpo è in pericolo si attivano anche quando in pericolo è l’immagine di noi stesse.
Ecco perché aprire un blog può sembrare complicato come cambiare lavoro. Ecco perché evitare di iniziare può dare un sollievo immediato, fisico, quasi corporeo. Non stai evitando un’azione — stai evitando il momento in cui potresti scoprire di non essere all’altezza di quello che speravi.
🔬 Cosa dice la scienza?
Lo psicologo sociale Claude Steele, in trent’anni di ricerca sulla minaccia all’identità, ha mostrato come la paura di confermare un’immagine negativa di sé non solo paralizzi le persone — ma in molti casi le porti a evitare proprio quei contesti dove potrebbero scoprire di valere. Il cervello tratta il rischio identitario con gli stessi meccanismi del rischio fisico: meglio scappare, meglio non esporsi, meglio non saperlo.
Fonte: Steele C.M., “Whistling Vivaldi: How Stereotypes Affect Us and What We Can Do” — W.W. Norton & Company, 2010.
Questo meccanismo, quando riguarda specificamente la sensazione di essere “impostori” — di aver ottenuto qualcosa che non si merita, di stare per essere smascherati — ha anche un nome che forse riconosci: sindrome dell’impostore. Le psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes l’hanno descritta per la prima volta nel 1978, studiando donne professioniste di alto livello che, nonostante risultati oggettivi, vivevano nel terrore costante di non essere all’altezza.
Quasi cinquant’anni dopo, è diventata un’etichetta da social media. Ma sotto l’etichetta c’è ancora il meccanismo originale — e funziona esattamente come allora.
Faccio, nonostante
Forse non ti piacerà sentirtelo dire.
La paura non passa.
Quando ti avvicini a qualcosa che ti importa — e che potrebbe non funzionare — la paura di non essere all’altezza arriva. Non è un difetto da correggere. È quello che il cervello fa di fronte a qualcosa di nuovo, qualcosa che potrebbe rivelare qualcosa di doloroso. È una reazione naturale.
La svolta non è far passare la paura. È fare lo stesso.
Si impara a fare cose nuove facendole. Allargando la zona di comfort quel tanto che basta per non bloccarsi — non così tanto da paralizzarsi, non così poco da restare ferme. E ogni volta che agisci nonostante la paura, costruisci una prova diversa da quella che ti raccontavi. Non la prova che vali. La prova che puoi fare comunque.
E qui c’è qualcosa di importante che è bene tener presente.
Abbiamo il controllo sulle nostre decisioni e sulle nostre azioni. Sul risultato, molto spesso, no. Tra quello che facciamo e quello che otteniamo si frappongono variabili che non dipendono da noi — il contesto, le persone, il tempo, decine di fattori invisibili. Meriterebbe un articolo a sé, e probabilmente arriverà.
Per anni ho misurato il mio valore sul risultato dei miei progetti. Quando quel primo blog non è andato come speravo, ho concluso che valevo io quello che era valso lui: poco. Ma stavo confondendo qualcosa che dipendeva da me — la decisione di scrivere — con qualcosa che dipendeva da altro.
Quando le tengo separate, qualcosa cambia. Non sparisce la paura. Ma posso comunque fare.
Anche se la voce è ancora lì, smetto di darle ragione con i fatti, e così spezzo la catena.
Faccio, nonostante.
Una cosa sola, se ti riconosci
Se qualcosa di quello che ho scritto ha risuonato — se hai sentito quel sussulto di riconoscimento mentre leggevi una delle frasi — voglio lasciarti con una idea.
La prossima volta che ti avvicini a qualcosa che ti importa, e arriva il pensiero “non sto facendo abbastanza bene”, prova a notarlo. Solo a notarlo.
Non devi smontarlo. Non devi rispondergli. Non devi convincerti che vali.
Devi solo accorgerti che è arrivato. Riconoscerlo come voce, non come verità.
Perché finché lo confondi con la realtà, decide per te. Nel momento in cui lo riconosci come pensiero — uno tra tanti, non l’unico possibile — riprendi un piccolo margine di scelta.
E in quel margine, anche piccolissimo, c’è lo spazio per fare comunque.
Puoi dirlo: Faccio, nonostante.
Anche oggi che ti sembra di non bastare.
Anche oggi che hai paura di scoprire qualcosa di doloroso su di te.
Anche oggi.
Per approfondire

Florencia Di Stefano-Abichain — Pensavo di essere io… invece è la Sindrome dell’Impostore (TEA, 2021)
L’autrice racconta in prima persona la sua sindrome dell’impostore — non come malattia, ma come forma mentis. Personale, accessibile, mai clinico. Per chi vuole sentirsi meno solo nel riconoscimento.

Thomas Curran — La nostra pericolosa ossessione per il perfezionismo sta peggiorando (TED Talk)
Tredici minuti rigorosi e divulgativi. Curran è uno dei ricercatori più solidi al mondo sul perfezionismo. Spiega perché il fenomeno sta peggiorando e perché ci riguarda tutti — non come difetto individuale, ma come pressione culturale.

Davide Lo Presti — La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà (Dario Flaccovio, 2018)
Lo psicologo italiano Davide Lo Presti raccoglie e sistematizza in un unico volume gli studi sulla profezia che si autorealizza — dall’effetto Pigmalione all’effetto placebo, fino al “freno a mano psichico” che le aspettative negative attivano nel sistema limbico. Divulgativo, rigoroso, con riferimenti alla cultura pop. Per chi vuole capire come le credenze su di sé finiscono per costruire la realtà che poi conferma quelle stesse credenze.


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