Qualche giorno fa ho ascoltato un reel di Paolo Borzacchiello sui rituali all’interno della messa. Alzarsi, sedersi, inginocchiarsi. La ripetizione delle preghiere, le invocazioni, le sequenze sempre uguali.
Ho messo in pausa e ho iniziato a riflettere.
Non perché l’argomento mi fosse del tutto estraneo — ma perché non mi ero mai soffermata sullo scopo di quei gesti. Su cosa producono, nel corpo e nella mente, quelle sequenze precise e ripetute. Borzacchiello usava un’espressione che non conoscevo: condizionamento operante di Skinner.
E all’improvviso è arrivato il ricordo.
Da bambina, andare a messa non mi piaceva. Quella sensazione di essere imbrigliata in ripetizioni a comando — alzati, siediti, inginocchiati — era la stessa che provavo la sera quando mia madre rimboccava le lenzuola sotto il materasso. Strette, chiuse, senza possibilità di replica. Mi convincevano ad andare con la nonna a suon di dolcetti e biscotti.
Non lo sapevo ancora, ma stavo già dentro quel condizionamento.
Ma prima: cos’è un rituale — e perché non è un’abitudine
I due termini possono sembrare sinonimi. Non lo sono.
Un’abitudine è principalmente funzionale. Il cervello automatizza quello che si ripete per risparmiare energia: lavarsi i denti, mettere le chiavi sempre nello stesso posto, prendere sempre la stessa strada per andare al lavoro. Su quella strada, dopo decine di volte, succede qualcosa di strano: arrivi a destinazione senza ricordarti quale percorso hai fatto, se hai incontrato altre auto, se il semaforo era rosso o verde. L’automatismo è diventato così forte da rendere invisibile l’esperienza stessa.
C’è un bisogno sotto, ma spesso è generico — efficienza, prevedibilità, riduzione dello sforzo cognitivo.
Un rituale ha qualcosa in più. Non serve solo a fare qualcosa — serve a sentire qualcosa. Ha una sequenza precisa che, se alterata, cambia l’esperienza. E quel senso che produce — pace, appartenenza, identità, transizione — è parte integrante del comportamento, non un effetto collaterale.
Il punto è questo: se cambi un elemento e qualcosa si rompe, stai parlando di un rituale.
E quella strada che fai ogni mattina con il caffè in mano e sempre la stessa playlist — da che parte sta?
Il meccanismo sotto la superficie
Skinner era uno psicologo americano del Novecento. La sua idea era semplice — e un po’ scomoda.
I comportamenti non sono frutto di decisioni libere. Sono plasmati dalle conseguenze.
Facciamo le cose che in passato hanno prodotto qualcosa di buono. Smettiamo di fare quelle che non hanno portato nulla. Il cervello registra, impara, ripete. Senza chiederti il permesso.
I rituali della liturgia funzionano esattamente così. La sequenza precisa, la ripetizione, la dimensione collettiva — tutto produce uno stato interno riconoscibile. Il cervello impara che quella sequenza porta quel senso. E lo ricerca.
I dolcetti di mia nonna funzionavano allo stesso modo. Non mi convincevano che la messa fosse bella — mi rinforzavano il comportamento di andarci. Piccola Skinner inconsapevole.
🔬 Cosa dice la scienza?
Questo meccanismo si chiama condizionamento operante — la tendenza del comportamento a modellarsi sulle conseguenze che produce. Più una risposta genera rinforzo, più diventa stabile nel tempo. Skinner lo ha descritto per primo alla fine degli anni Trenta, osservando come animali e esseri umani imparino non per intenzione, ma per conseguenza.
Fonte: Skinner B.F., “The Behavior of Organisms” — Appleton-Century-Crofts, 1938.
Quante delle cose che fai ogni giorno le hai scelte davvero?
Il contrasto
La domenica mattina esco presto.
Il centro è ancora dormiente. Il lago ha quella luce che non ha in nessun altro momento della settimana — qualcosa di sospeso, come se il tempo non avesse ancora deciso di iniziare. Mi fermo al bar di sempre. Brioche e cappuccino. Qualche chiacchiera leggera con gli amici.
Lo faccio da anni. I luoghi sono cambiati, gli amici anche. Il rituale è rimasto — perché continuo a sceglierlo.
Non è capitato. L’ho costruito. Sapevo di aver bisogno di sentirmi in un certo modo — di spazio, di leggerezza, di qualcosa che fosse solo mio. Ho sperimentato. Ho trovato cosa funzionava. La stessa bambina che si sentiva imbrigliata nelle ripetizioni a comando ha imparato a costruirsi le sue. La differenza è che adesso sa perché.
Stesso meccanismo di Skinner — ma dall’interno, con gli occhi aperti.
La differenza non è nel meccanismo. È nella consapevolezza.
L’orizzonte
Il più delle volte questo processo avviene in background — senza che ce ne accorgiamo. Il cervello impara da solo, costruisce rituali da solo, sceglie strategie da solo. E noi le eseguiamo, convinte di stare scegliendo.
Chi non si è mai fermato ad ascoltare sente solo il disagio quando qualcosa manca. Sa che qualcosa non va — ma non sa da dove viene. E se non sa da dove viene, non può scegliere diversamente. Non perché non voglia, ma perché non vede altre opzioni.
Ed è qui il punto più scomodo: le alternative che riusciamo a vedere sono sempre quelle che la nostra mente considera possibili. Non di più. Chi ha una storia fatta di credenze rigide, di regole mai messe in discussione, di poca familiarità con sé stesso — ha un orizzonte più stretto. Meno dove guardare. Meno opzioni tra cui scegliere.
Il lavoro su sé stessi non è liberarsi dal condizionamento. È allargare l’orizzonte.
Questo meccanismo non vive solo nei rituali del quotidiano. Vive anche in come impariamo ad amare, a chiedere, a stare vicino agli altri — in come costruiamo le nostre emozioni e il dialogo che teniamo con noi stesse ogni volta che la vita ci mette davanti qualcosa di familiare. È un territorio che vale la pena esplorare. Lo faremo nel prossimo articolo. → Leggilo qui
Sapere non cambia tutto. Ma cambia quello che vedi. E quello che vedi è l’unico posto da cui puoi davvero iniziare a scegliere.
L’orizzonte che hai costruito fino ad oggi è diventato l’unico posto dove guardi?
Per approfondire

Charles Duhigg — Il potere delle abitudini (TEA)
Il libro che ha reso popolare il loop segnale → routine → ricompensa. Skinner applicato alla vita quotidiana, con storie concrete e casi reali.

Lisa Feldman Barrett — Non siamo alla mercé delle nostre emozioni. È il cervello che le crea (TED Talk, sottotitoli in italiano)
Uno dei TED più visti del 2018. Accessibile, concreto, rivoluzionario.

Lisa Feldman Barrett — Come sono fatte le emozioni. La vita segreta del cervello (Giunti, 2023)
La neuroscienziata che ha dimostrato come le emozioni non siano reazioni automatiche ma costruzioni del cervello — plasmato dall’esperienza, dalla storia, dal contesto.


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