C’è una scena, in certi film, che mi spezza ogni volta.
Qualcuno fa la cosa giusta. Spesso contro ogni previsione. Spesso quando sarebbe stato molto più facile non farla. E qualcun altro lo vede, lo riconosce, lo celebra come qualcosa degno di essere ricordato.
Quando succede, sento qualcosa salire. Un nodo allo stomaco, un bruciore agli occhi. Ricaccio le lacrime al mittente, come faccio sempre, e aspetto che passi.
Per anni ho pensato che fosse invidia.
Non sapevo come altro chiamarla. Ma a guardarla bene, non volevo che quella persona perdesse niente. Volevo provare la stessa cosa: quella sensazione di essere all’altezza di un momento difficile. Di avere quel coraggio, e che qualcuno lo vedesse.
Quel disagio è rimasto senza nome per molto tempo.
Poi, anni dopo, ho aperto l’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith. Non per studiare le emozioni — per riconoscerle. E a un certo punto mi sono fermata su una parola. L’ho letta una volta, poi ancora, poi ancora. Qualcosa non tornava, o forse tornava troppo.
Si chiama Ijirashii. È giapponese, ovviamente, perché l’italiano non ce la fa.
Il libro la descrive come “la reazione opportuna davanti all’immensa forza d’animo dimostrata da chi, a un primo sguardo, sembrava fragile e vulnerabile.”
Quella cosa aveva un nome. E io la conoscevo da sempre.
Ma trovare la definizione non era la fine. Era l’inizio di una domanda più interessante.
Come fa una parola a cambiare quello che senti?
Cosa dice la scienza
In un articolo precedente (ti lascio qui il link) ho scritto di come le emozioni non siano cose che ci capitano, ma cose che costruiamo, ogni volta, a partire dal materiale che abbiamo. Lo ha spiegato Lisa Feldman Barrett meglio di chiunque altro: il cervello non riceve emozioni già pronte come pacchetti preconfezionati. Le produce. Usando come ingredienti la memoria, il corpo, e le categorie che ha a disposizione.
Questo significa una cosa concreta: non siamo passive davanti a quello che sentiamo. Siamo le autrici, anche quando non lo sappiamo.
Ma c’è una differenza enorme tra avere gli ingredienti e saper cosa farne. Ora, immagina due cuoche con la stessa dispensa. Una va a istinto, arrangiandosi con quello che trova. L’altra ha un ricettario ricco: sa riconoscere gli ingredienti, sa come combinarli, sa dare un nome a quello che sta preparando.
Il risultato non è lo stesso.
Questa sorta di ricettario emotivo si chiama granularità, ed è la capacità di distinguere e nominare con precisione quello che sentiamo. E si costruisce esattamente così: una parola alla volta.
Se una categoria non esiste nel tuo vocabolario emotivo, l’emozione non riesce a prendere forma. Non perché tu non la senta, ma perché il cervello non ha gli strumenti per costruirla con precisione. Resta vaga, sfumata, un rumore di fondo senza contorni. E nel dubbio, usi la categoria più vicina che hai. Anche se non è precisa. Anche se – spesso – fa un po’ più male del necessario.
Per anni quella sensazione si chiamava invidia. Non perché lo fosse, ma perché era l’unica parola abbastanza vicina.
Dare un nome non è una questione di precisione linguistica. È qualcosa di più concreto: crei una categoria che prima non c’era, e quella categoria diventa un filtro nuovo con cui guardi il mondo. E quello che prima non vedevi, adesso può entrare nel campo visivo.
Tiffany Watt Smith ha catalogato 156 emozioni. Alcune le conoscevo, molte no. Ma per alcune, come per Ijirashii, la sensazione è stata precisa: non le stavo imparando. Le stavo finalmente riconoscendo.
L’asimmetria che non mi aspettavo
Dopo aver trovato questa parola, e dopo tanto riflettere, sono giunta ad una domanda scomoda.
La provo guardando i film. La provo quando un personaggio di finzione fa qualcosa di coraggioso e viene visto per questo. La provo facilmente, quasi automaticamente.
Ma nella mia vita reale? Silenzio.
E verso me stessa? Non ricordo di averla mai sentita.
Ci ho pensato un po’, e credo di aver capito perché.
Il filtro con cui guardo i gesti “degni di nota” è calibrato sul grande. Sul gesto eclatante, dal grande impatto, quello che nessuno si aspetta. Il tipo di scena che funziona al cinema proprio perché rompe ogni previsione.
I piccoli gesti quotidiani passano sotto quella soglia. Sempre. La parola detta al momento giusto. Il confine tenuto anche quando è difficile. La scelta piccola ma coerente con quello che si vuole diventare.
E se quegli stessi gesti li facessi io, la soglia si alzerebbe ancora di più. Fare la cosa giusta è semplicemente quello che mi aspetto da me stessa. Non è “oltre previsione”. È il minimo.
Il risultato è che Ijirashii, per me, non si attiva mai verso me stessa. Non perché non esistano gesti degni. Ma perché non li vedo come tali.
Ho trovato una parola nuova. E quella parola mi ha mostrato qualcosa che non stavo guardando.
Quello che vedo adesso
La volta dopo che ho sentito quella sensazione davanti a un film, era diversa.
Non nel corpo: le sensazioni fisiche erano le stesse. Ma invece di ingoiare le lacrime e aspettare che passasse il disagio, mi sono fermata. E quella volta ho riconosciuto qualcosa di piacevole: non invidia, non sentimentalismo di troppo. Orgoglio.
Il piacere di partecipare a quel momento, di celebrarlo. Anche se, va detto, era comunque finzione.
Stessa sensazione fisica. Categoria diversa. Esperienza completamente diversa.
Questo è quello che intende Feldman Barrett quando dice che le emozioni si costruiscono. Non che siano false. Che il materiale con cui le costruiamo cambia quello che diventano. E quel materiale è fatto di parole: la forma che diamo all’esperienza per poterla riconoscere.
L’Atlante delle emozioni umane non è un libro da studiare. È un libro da sfogliare lentamente, aspettando la pagina in cui ti fermi e pensi: questa cosa la conosco.
La domanda che mi ha lasciato Ijirashii, però, non è ancora risolta.
Se quella parola ha cambiato come vivo quella sensazione nei film, il filtro sul grande e sull’eclatante è ancora lì. I piccoli gesti quotidiani passano ancora sotto la soglia. I miei, soprattutto. Però ora posso farci caso.
E tu, c’è qualcosa che senti da tempo e a cui potresti dare un nome più preciso?
E c’è qualcosa che fai, o che hai fatto, che forse meritava di essere visto, e che invece non hai mai smesso di dare per scontato?
Per approfondire

Lisa Feldman Barrett — Come sono fatte le emozioni (Giunti, 2023)
Il libro che ha cambiato il modo in cui guardo a tutto quello che sento. Barrett smonta l’idea che le emozioni siano reazioni automatiche e universali — e spiega, con rigore scientifico e scrittura accessibile, come le costruiamo noi. Non è un libro di self-help. È neuroscienza vera, raccontata bene.

Lisa Feldman Barrett — Non siamo alla mercé delle nostre emozioni. È il cervello che le crea (TED Talk, sottotitoli in italiano)
Dodici minuti per capire il cuore del libro, se vuoi iniziare da qui. Barrett è brava davanti a una platea quanto lo è sulla pagina — diretta, precisa, sorprendente.

Tiffany Watt Smith — Atlante delle emozioni umane (UTET)
Un dizionario, ma non come quelli che conosci. Watt Smith raccoglie 156 emozioni da culture e secoli diversi — alcune non hanno nemmeno un nome in italiano. Lo uso ogni volta che sento qualcosa che non riesco a mettere a fuoco. È il punto di partenza per chiunque voglia iniziare ad allenare la granularità emotiva.


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